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	<title>PoxMediaCult</title>
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	<description>Culture digitali e digitalizzazione della cultura. Il sito di Andrea Pocosgnich</description>
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		<title>Comunicazione e storytelling per lo spettacolo dal vivo. Workshop</title>
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		<pubDate>Fri, 12 May 2017 11:04:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Workshop dedicato alla comunicazione e allo storytelling per lo spettacolo dal vivo organizzato in collaborazione con Dominio Pubblico, Roma, 13 e 14 maggio 2017 Lo storytelling per lo spettacolo dal vivo #come raccontare e comunicare, tra web e social Quali tecniche possono&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Workshop dedicato alla comunicazione e allo storytelling per lo spettacolo dal vivo organizzato in collaborazione con Dominio Pubblico, Roma, 13 e 14 maggio 2017</strong></h4>
<p><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/blogging-570x321-1-570x321.png"><img src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/blogging-570x321-1-570x321.png" alt="blogging-570x321-1-570x321" width="570" height="321" class="aligncenter size-full wp-image-194" /></a></p>
<h2>Lo storytelling per lo spettacolo dal vivo</h2>
<h3>#come raccontare e comunicare, tra web e social</h3>
<p><b>Quali tecniche</b> possono essere utili a chi abbia la necessità di comunicare un’opera d’arte eseguita dal vivo? Di quali approcci deve tener conto <b>la nostra scrittura</b> per raccontare i magmatici e complessi linguaggi delle <b>live arts</b>? Come cambia il segno dello storytelling, la sua auorevolezza con il mutare della nostra <b>presenza sui social media</b>? A queste e altre domande cercherà di rispondere il workshop tenuto da <b>Andrea Pocosgnich</b> (fondatore, redattore e social media manager di <b>Teatro e Critica</b>) attraverso una due giorni nella quale la <b>teoria e la pratica</b> si affiancheranno passo dopo passo.</p>
<h4><strong>Teoria e tecnica di scrittura sul web: cosa e come raccontarlo</strong></h4>
<p>• la finalità della scrittura sul web (cronaca, informazione, critica, promozione)</p>
<p>• il target (per chi scrivo)</p>
<p>• le tecniche: dall&#8217;incipit all&#8217;epilogo, la sintassi, il narratore</p>
<h4><strong>La scrittura e i social media</strong></h4>
<p>• Differenze di funzioni e di uso tra profili e pagine in facebook</p>
<p>• Veicolare lo storytelling attraverso i social media</p>
<p>• Trovare e organizzare l&#8217;audience</p>
<p>• creare un piano editoriale per i social media</p>
<p>• il monitoraggio di dati e statistiche sullle pagine facebook</p>
<h4><strong>Chi ci legge: dove, come e quando</strong></h4>
<p>• l&#8217;uso di google analytics e di altri strumenti per la misurazione delle azioni</p>
<h4><strong>Come impostare una comunicazione interconnessa</strong></h4>
<p>• Ufficio stampa e promozione 2.0</p>
<p>• dalla creazione di un sito alla connessione con i social</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/events/1974168189483562">INFO E COSTI</a></p>
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		<title>Gianpaolo Trevisi: il poliziotto che chiede scusa su Facebook</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2015 15:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Dopo le violente dichiarazioni di Tortosa un altro poliziotto, Gianpaolo Trevisi,  parla e manifesta la sua presenza sul social, ma questa volta per chiedere scusa una scena del film Diaz &#8211; Don&#8217;t Clean Up This Blood &#160; Parlare dei social network&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h6><strong>Dopo le violente dichiarazioni di Tortosa un altro poliziotto, Gianpaolo Trevisi,  parla e manifesta la sua presenza sul social, ma questa volta per chiedere scusa</strong></h6>
<p><img class="alignnone wp-image-104 size-full" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/diaz-vicari-e1429284621636.jpg" alt="una scena del film Diaz - Don't Clean Up This Blood" width="700" height="314" /><br />
<em>una scena del film Diaz &#8211; Don&#8217;t Clean Up This Blood</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parlare dei social network in solo quanto&#8221;strumenti&#8221; è ormai riduttivo. Come si fa a chiamare strumento uno spazio dove nelle possibilità possono incontrarsi più di un miliardo di persone? Questo è <strong>Facebook</strong>, e <strong>ormai è semplicemente una parte della realtà</strong>. Scegliere di esserci equivale a scegliere o meno di passare un tempo in un posto rispetto a un altro, con la differenza che qui le nostre informazioni sono reperibili in pochi click, ma siamo noi a scegliere cosa e con chi condividere. Un immenso spazio può essere palestra di intolleranza, come spesso accade, terreno di promozione, scambio di informazioni (molte volte false purtroppo) e specchio delle proprie pulsioni egotiche.</p>
<p>La storia recente del social ideato da Zuckerberg è costellata, anche in Italia, di dichiarazioni choc capaci di infangare, far provare dolore e creare dibattito. Che qualcosa sarebbe accaduto dopo la sentenza della <strong>Corte Europea per i Diritti Umani sul massacro alla scuola Diaz di Genova</strong> era naturale. In questi giorni soprattutto l&#8217;uscita di <strong>Fabio Tortosa</strong> (uno degli agenti che partecipò all&#8217;irruzione) ha destato stupore, e come si dice in questi casi, ha fatto notizia. Uno che con tre righe ha riaperto ferite, con o senza la coscienza che quelle parole avrebbero fatto il giro del Paese indignando e prendendo nuovamente a calci coloro che le botte le avevano già prese. E dopo la pubblicazione del post datata 9 aprile che recitava «Io sono uno degli 80 del VII Nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte» l&#8217;argomento diventa in poco tempo caldissimo per i media e rischia di oscurare una notizia di segno totalmente opposto. Perché c&#8217;è anche chi del sangue sui pavimenti della Diaz non è orgoglioso, nella consapevolezza che senza una presa di posizione da parte dei poliziotti che erano a Genova la divisa rischia di fare la fine delle mani di Macbeth. Eccola allora l&#8217;altra faccia della Polizia di Stato opposta a quella fascista che non va oltre ordine e disciplina, quella che non riconosce la differenza tra un black bloc e un manifestante pacifico.</p>
<p>Non va preso sotto gamba il post di Tortosa, del quale d&#8217;altronde il profilo facebook ora non è più rintracciabile (è come se si fosse messo nel centro di Piazza Alimonda con un cartello). Poi sono arrivate le smentite, alle radio, ai giornali, la paura che qualche querela o azione disciplinare potesse muoversi in fretta. Tortosa ritratta e facendo così vuole farci credere che non ha coscienza del fatto che uno spazio come facebook è una propaggine della realtà, e nella realtà le parole feriscono.</p>
<p><strong>Gianpaolo Trevisi</strong> ha postato un giorno dopo, il 10 aprile, creando un piccolo maremoto e ricevendo più di 1200 apprezzamenti (i famosi likes) e 861 condivisioni (al 15 aprile, giorno di redazione di questo articolo). In buona sostanza avrà ricevuto decine di migliaia di visualizzazioni, come se avesse riempito una piazza.<br />
L&#8217;ex celerino, ora dirige la scuola di polizia di Peschiera, ha pubblicato  una foto del 2011 nella quale lo si vede discutere con Vittorio Agnoletto davanti alla Diaz. Ma è la prosa a convincere le migliaia di persone e a rendere virale il messaggio. Siamo di fronte a un poliziotto (non a caso è anche scrittore) che usa parole e immagini simbolicamente fortissime. La notte della Diaz è la «nerissima notte», poi il salto al presente, l&#8217;azione con cui l&#8217;agente ha voluto dare un segno pratico: «ho fatto vedere ai 160 allievi, molti dei quali nel 2001 avevano 9/10 anni, il film Diaz». Solo questa affermazione basterebbe a far capire da che parte sta Trevisi e quale sia il suo intento, ma il poliziotto-intellettuale continua: «so bene, avendolo visto più volte, che subito dopo l&#8217;ultima scena, i titoli di coda ti stringono il collo, ti lasciano senza fiato e senza parole; rimani in silenzio e immobile sulla poltrona, ben sapendo che, nella maggior parte dei film o delle serie televisive, grazie alle quali molti amano la Polizia, è quasi tutto inventato e nell&#8217;unico, forse, unico film che ci distrugge è tutto drammaticamente vero, in quanto basato su fatti processualmente verificati.»</p>
<p>Il funzionario, prima di arrivare addirittura a <strong>fare le sue scuse</strong> (nonostante lui nella “macelleria messicana” non ci ha messo piede), mette l&#8217;accento su<strong> un tema centrale, quello della memoria</strong>: «soprattutto tra di noi, se ne deve parlare e si deve litigare e discutere e domandare e rispondere, se si può. Proprio perché amo la mia Polizia sino al midollo, non voglio dimenticare quella notte e la voglio ricordare a chi la sta scordando e descriverla a chi non la conosce.»<br />
Naturalmente sotto al post di Trevisi si accende un dibattito, molti sono gli attestati di stima, anche di altri poliziotti, naturalmente c&#8217;è chi nettamente non è d&#8217;accordo e cerca di spostare ancora una volta l&#8217;attenzione agli atti vandalici del G8 quasi a giustificare la violenza nella Diaz. Ma ormai è troppo tardi: una voce coraggiosa si è alzata, alimentiamola, diamole spazio, facciamola crescere, questo è il senso della costruzione di una memoria collettiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Andrea Pocosgnich</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>pubblicato il 17 aprile 2015 su Cronache del Garantista</em></p>
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