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	<title>PoxMediaCult</title>
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	<description>Culture digitali e digitalizzazione della cultura. Il sito di Andrea Pocosgnich</description>
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		<title>American Horror Story 7. L&#8217;incubo è politico</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 14:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>American Horror Story 7 &#8220;Cult&#8221;, in onda in Italia dal 6 ottobre 2017 prende avvio dall&#8217;elezione di Donald Trump. Una riflessione sulle prime puntate. ATTENZIONE SPOILER. Immaginate l’uragano Donald Trump e la forza con cui la sua elezione si è&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;"><strong>American Horror Story 7 &#8220;Cult&#8221;, in onda in Italia dal 6 ottobre 2017 prende avvio dall&#8217;elezione di Donald Trump. Una riflessione sulle prime puntate. ATTENZIONE SPOILER.</strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/64180_ppl-e1507300318314.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-210" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/64180_ppl-e1507300318314.jpg" alt="64180_ppl" width="450" height="252" /></a>Immaginate l’uragano <strong>Donald Trump</strong> e la forza con cui la sua elezione si è abbattuta sulle coscienze di milioni di progressisti americani, passati in un batter d’occhio dal sentirsi cittadini di un’ America pluralista e aperta a essere gli inquilini scomodi di un Paese in corsa verso un’epoca buia. Questo è l’incubo generativo della settima stagione di <strong>American Horror Story</strong> (in Italia dal 6 ottobre su Sky): lo show ideato da <strong>Ryan Murphy</strong> e <strong>Brad Falchuk</strong>, ha abituato il pubblico affezionato alla narrazione delle ossessioni e delle fobie innestando i plot di ogni stagione all’interno di una location specifica; ogni storia si innervava in uno spazio ben preciso che non non era semplice ambientazione ma luogo drammaturgico, come d’altronde accade nella migliore tradizione horror, dove case, cimiteri, chiese e ospedali diventano luoghi di morte e violenza.<img class="alignright size-full wp-image-206" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/american-horror-story-7-recensione-2-e1507300423566.jpg" alt="american-horror-story-7-recensione-2" width="450" height="341" /> In questo senso AHS ha avuto in sei stagioni il merito di radicalizzare questa riflessione sui luoghi della narrativa horror lavorando ai fianchi del genere esaltandone gli stereotipi, sondandone i confini spesso con grande ironia. Una vecchia casa colonica, un ospedale psichiatrico, una scuola per giovani streghe, un circo da freak show, un vecchio hotel, fino alla sesta stagione quando il perimetro classico già si apriva a uno spazio meno tradizionale, il set di una docufiction che raccontava recenti fatti di sangue con i veri protagonisti, in una narrazione ricorsiva e metalinguistica forse non sempre efficace.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella settima serie, dal titolo <strong>Cult</strong>, lo scarto è decisivo, <strong>il luogo drammaturgico designato è la mente</strong>. Anzi, per dirla meglio, è tutto il nostro presente che pulsa alle tempie di Allison, protagonista incarnata da <strong>Sarah Paulson</strong>. <img class="alignleft size-full wp-image-209" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/american-horror-story-cult-7-e1507300485171.jpg" alt="american-horror-story-cult-7" width="450" height="300" />Altra caratteristica fondamentale di AHS è la scansione cast-plot: se ogni stagione è narrativamente autonoma la produzione tende invece a tenere alcune pedine attoriali ferme, a dirla tutta questo accadeva molto meglio nelle prime stagioni quando un altro mostro sacro come Jessica Lange si aggirava in tutte le sceneggiature; come fosse una compagnia teatrale alle prese con una nuova produzione il cast di AHS accoglieva il pubblico ogni volta con una storia diversa e i telespettatori potevano così non solo affezionarsi e scoprire le capacità di ogni interprete, ma guardare verticalmente attraverso e attorno ai ruoli, come se in filigrana potesse sempre rimanere qualcosa dell’interpretazione precedente.<br />
<img class="alignright size-full wp-image-208" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/american-horror-story-7-recensione-e1507300539925.jpg" alt="american-horror-story-7-recensione" width="450" height="253" />L’identificazione di Sarah Paulson con la serie è emblematica, così come per <strong>Evan Peters</strong>, il quale ci ha abituato a incarnare proprio quella devozione tutta americana per il trasformismo attoriale – tra le sue migliori creazioni rimane il folle dottore serial killer di primo Novecento che abitava l’Hotel Cortez. Sono Paulson e Peters i poli magnetici della narrazione di Cult. La prima veste i panni di una donna che combatte contro le proprie fobie, in analisi da un tempo imprecisato, non sopporta la vista di clown, oggetti porosi e altre amenità apparentemente innocue; quando Hillary Clinton perde la sfida politica crollano le sue difese, il mondo comincia a terrorizzarla, i repentini cambiamenti sociali sono come una scarica elettrica per la sua stabilità emotiva. Vede a rischio il matrimonio, lo status di donna pacifista e progressista, i diritti acquisiti (è sposata con una compagna con cui condivide il business di un ristorante ben avviato).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui sta la ridefinizione del genere, <strong>un colpo di coda autoriale</strong> tra i più interessanti degli ultimi tempi: sono le macro contingenze del reale ad aprire una falla nel pacifico presente della cittadina americana, quasi si creasse una faglia drammaturgica dalla quale personaggi maledetti e assassini fuoriescono mietendo vittime nel vicinato della protagonista. Una gang di spietati mascherati lascia uno smile insanguinato sulla casa delle proprie vittime: ma qual è il legame tra i violenti pagliacci punk e la figura del ragazzo dai capelli blu, Kai Anderson (Evan Peters) fan ossessivo di Trump e di una visione del futuro a stelle e strisce tutta virata verso la destra più estrema?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/american-horror-story-7-recensione-1-e1507300596921.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-207" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/10/american-horror-story-7-recensione-1-e1507300596921.jpg" alt="american-horror-story-7-recensione-1" width="450" height="261" /></a>L’agenda politica che interferisce nella tranquillità dei personaggi, dando il là allo scoppio di una serie di imprevedibili nevrosi nella donna e nel figlio, influisce anche nella percezione relazionale: Allison incontra solo supporter del nuovo presidente con cui guardarsi in cagnesco – i nuovi vicini di casa sono un esempio (straniante e ironico), come la scena magistrale all’interno del supermarket nel quale la gang di assassini mascherati tiene in scacco la donna.<br />
Come sempre accade in AHS il corpo a corpo è anche con gli spettatori, con la nostra percezione e soglia di attenzione: gli autori sanno quando rallentare e dedicare un intero episodio a scavare nelle ellissi precedentemente nascoste. Lentamente la scrittura ci mette nella condizione di poter sciogliere alcuni nodi, di connettere (magari anche a vuoto) situazioni, personaggi e moventi. Emerge la figura di Kai Anderson, che dietro la sua faccia ingenua acqua e sapone fa emergere una progettualità terroristica totalizzante. Come un pifferaio magico attrae tutti gli altri personaggi nella sua rete, manipola le coscienze, stringe patti di (e nel) sangue, promette il potere e la conquista del mondo. Di Trump non è un semplice sostenitore ma vorrebbe esserne il successore. È lui a svelare in una battuta il vero volto dell&#8217;opera, racconto televisivo in cui il genere horror è il dispositivo di innesco, ma le finalità sono rappresentate da questioni ben più profonde: «To live is to suffer and to suffer is to find some meaning in that suffering».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
Andrea Pocosgnich</strong></p>
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		<title>Comunicazione e storytelling per lo spettacolo dal vivo. Workshop</title>
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		<pubDate>Fri, 12 May 2017 11:04:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Workshop dedicato alla comunicazione e allo storytelling per lo spettacolo dal vivo organizzato in collaborazione con Dominio Pubblico, Roma, 13 e 14 maggio 2017 Lo storytelling per lo spettacolo dal vivo #come raccontare e comunicare, tra web e social Quali tecniche possono&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Workshop dedicato alla comunicazione e allo storytelling per lo spettacolo dal vivo organizzato in collaborazione con Dominio Pubblico, Roma, 13 e 14 maggio 2017</strong></h4>
<p><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/blogging-570x321-1-570x321.png"><img src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/blogging-570x321-1-570x321.png" alt="blogging-570x321-1-570x321" width="570" height="321" class="aligncenter size-full wp-image-194" /></a></p>
<h2>Lo storytelling per lo spettacolo dal vivo</h2>
<h3>#come raccontare e comunicare, tra web e social</h3>
<p><b>Quali tecniche</b> possono essere utili a chi abbia la necessità di comunicare un’opera d’arte eseguita dal vivo? Di quali approcci deve tener conto <b>la nostra scrittura</b> per raccontare i magmatici e complessi linguaggi delle <b>live arts</b>? Come cambia il segno dello storytelling, la sua auorevolezza con il mutare della nostra <b>presenza sui social media</b>? A queste e altre domande cercherà di rispondere il workshop tenuto da <b>Andrea Pocosgnich</b> (fondatore, redattore e social media manager di <b>Teatro e Critica</b>) attraverso una due giorni nella quale la <b>teoria e la pratica</b> si affiancheranno passo dopo passo.</p>
<h4><strong>Teoria e tecnica di scrittura sul web: cosa e come raccontarlo</strong></h4>
<p>• la finalità della scrittura sul web (cronaca, informazione, critica, promozione)</p>
<p>• il target (per chi scrivo)</p>
<p>• le tecniche: dall&#8217;incipit all&#8217;epilogo, la sintassi, il narratore</p>
<h4><strong>La scrittura e i social media</strong></h4>
<p>• Differenze di funzioni e di uso tra profili e pagine in facebook</p>
<p>• Veicolare lo storytelling attraverso i social media</p>
<p>• Trovare e organizzare l&#8217;audience</p>
<p>• creare un piano editoriale per i social media</p>
<p>• il monitoraggio di dati e statistiche sullle pagine facebook</p>
<h4><strong>Chi ci legge: dove, come e quando</strong></h4>
<p>• l&#8217;uso di google analytics e di altri strumenti per la misurazione delle azioni</p>
<h4><strong>Come impostare una comunicazione interconnessa</strong></h4>
<p>• Ufficio stampa e promozione 2.0</p>
<p>• dalla creazione di un sito alla connessione con i social</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/events/1974168189483562">INFO E COSTI</a></p>
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		<title>Dov&#8217;è Mario? L&#8217;intellettuale e il suo doppio</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2016 12:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Dov&#8217;è Mario è l&#8217;ultima fatica televisiva di Corrado Guzzanti. Il comico romano, cinquantunenne,  è tornato su Sky con 4 puntate appena andate in onda.  Una serie tv scritta insieme a Mattia Torre e diretta da Edoardo Gabriellini. Recensione L&#8217;attesa non è&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>Dov&#8217;è Mario è l&#8217;ultima fatica televisiva di Corrado Guzzanti. Il comico romano, cinquantunenne,  è tornato su Sky con 4 puntate appena andate in onda.  Una serie tv scritta insieme a Mattia Torre e diretta da Edoardo Gabriellini. Recensione</strong></h4>
<div id="attachment_161" style="width: 710px" class="wp-caption alignnone"><img class="wp-image-161 size-full" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/dov-è-mario-corrado-guzzanti.jpg" alt="Corrado Guzzanti è Mario Bambea. Una scena con la moglie interpretata da Rosanna Gentili" width="700" height="350" /><p class="wp-caption-text">Corrado Guzzanti è Mario Bambea. Qui con la moglie interpretata da Rosanna Gentili</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attesa non è stata tradita, il marketing che sarebbe risultato inappropriato per qualsiasi altro prodotto televisivo &#8211; con tanto di finto libro pubblicizzato nelle librerie &#8211; ha invece contribuito a creare la realtà di riferimento e le aspettative. Naturalmente il progetto nasce e viene distribuito su piattaforma <strong>Sky</strong> (e chissà se verrà mai trasmesso anche in chiaro) con la produzione di Wildeside.<br />
<em>Dov&#8217;è Mario</em> segna anche una svolta per <strong>Corrado Guzzanti</strong>, la scelta di declinare la scrittura su un piano che supera la configurazione televisiva da studio. Il geniale <em>Caso Scafroglia</em> era l&#8217;ultimo esempio (con la successiva e forse meno riuscita propaggine di <em>Aniene</em>) di quel modello che con <em>L&#8217;Ottavo Nano</em> lo aveva definitivamente consacrato come il più originale artista della comicità del piccolo schermo. Ma già in quell&#8217;occasione interveniva una robusta scrittura che metalinguisticamente metteva al centro lo stesso mezzo televisivo costruendo un finto programma nel quale il conduttore interpretato da Guzzanti imbastiva un&#8217;infinita e infruttuosa ricerca del misterioso scomparso, il signor Scafroglia. Nella commedia seriale (andata in onda per quattro puntate) invece il salto è netto e la scrittura ha un ruolo determinante, non a caso Guzzanti si avvale di <strong>Mattia Torre</strong>, autore anche per il teatro e uno degli artefici qualche anno fa del successo di <em>Boris</em>, di cui lo spettatore più smaliziato troverà alcune atmosfere e modelli comici.</p>
<div id="attachment_163" style="width: 460px" class="wp-caption alignright"><img class="size-full wp-image-163" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/dov-è-mario-corrado-guzzanti-bambea.jpg" alt="Mario Bambea dopo l'incidente" width="450" height="283" /><p class="wp-caption-text">Mario Bambea dopo l&#8217;incidente</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il plot ruota attorno alla figura di Mario Bambea, nella finzione noto intellettuale di sinistra, scrittore e saggista che vede la propria vita mutare radicalmente a causa di un incidente automobilistico. Il riferimento principale è il mito letterario di Dottor Jekyll e Mr Hyde (<em>Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde,  </em>Robert Louis Stevenson, 1886): dopo l&#8217;incidente Bambea si sdoppia, una notte si sveglia e affacciandosi al balcone guarda il teatro di cabaret che da poco hanno riaperto dall&#8217;altra parte della strada, l&#8217;Odeon. È attirato, quasi fosse un bisogno primario, da quel luogo osteggiato dalla borghesia colta del quartiere; nel giro di poco tempo si ritrova a vestire i panni di uno dei comici di punta della rassegna. Si appropria dell&#8217;identità di un giovane comico – interpretato sa <strong>Saverio Raimondo</strong> che recita una piccola parte di se stesso – e diventa un fenomeno inarrestabile di volgarità e bassezza morale. Nei suoi monologhi si prende gioco cinicamente e senza rispetto di qualsiasi minoranza, utilizza battute e schemi comici tipici di certa comicità anni &#8217;90, è l&#8217;equivalente spettacolare dei tanti politici che stimolano gli istinti più bassi del proprio elettorato.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui è la questione su cui ci porta a riflettere Corrado Guzzanti, questa eterna dualità che sempre di più vede una polarizzazione degli schemi culturali attorno a baricentri lontanissimi, tanto da imporre quasi una scelta tra l&#8217;appartenenza radicale a una cultura raffinata e quella altrettanto estrema di un posizionamento viscerale che della cultura umanistica si prende gioco, la risata come unico obiettivo, un altare al quale è possibile sacrificare qualsiasi tabù e morale. Ecco allora che un prodotto come <em>Dov&#8217;è Mario</em> invece, d&#8217;altronde accadde anche per <em>Boris</em>, riesce a posizionarsi criticamente in mezzo ai due emisferi facendo emergere con lucidità la dicotomia.</p>
<div id="attachment_166" style="width: 460px" class="wp-caption alignleft"><img class="size-full wp-image-166" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/dov-è-mario-corrado-guzzanti-capoccetti.jpg" alt="Corrado Guzzanti è bizio Capoccetti, il doppio di Bambea" width="450" height="282" /><p class="wp-caption-text">Corrado Guzzanti è bizio Capoccetti, il doppio di Bambea</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro di Guzzanti e Torre si presta a numerosi livelli di lettura dando voce a questioni che siamo abituati a trovare nelle terze pagine dei giornali quando va bene o nelle nicchie culturali online: che fine sta facendo la figura dell&#8217;intellettuale in Italia e a quali mutazioni sta andando incontro? Più di una volta risuona un amaro e ironico refrain proprio sulla sparizione degli intellettuali: Mario Bambea ultimo grande intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Attorno alla figura dello scrittore emergono piccoli ma precisi segni di realtà: Bambea promotore dei girotondi come nel caso di Nanni Moretti, l&#8217;attitudine a collaborare con i quotidiani attraverso editoriali politici, la frequentazione di un certo ambiente (passano velocemente davanti alla macchina da presa volti noti come quelli di <strong>Michele Santoro</strong> e <strong>Marco Travaglio</strong>), non manca un lavoro di studio sul Sessantotto che culminerà nell&#8217;ennesimo saggio. Nel mezzo di questo ambiente dal naturalismo ovattato lentamente emergono situazioni e personaggi che hanno sempre a disposizione piccole cariche esplosive con cui far saltare in aria qualsiasi realismo amplificando stereotipi e clichè del quotidiano all&#8217;ennesima potenza. Accade da entrambe le parti senza far mancare una serie di citazioni al &#8220;guzzantismo&#8221; dei decenni passati. D&#8217;altronde anche la costruzione del personaggio è una sorta di summa dei caratteri creati in precedenza: nell&#8217;impostazione vocale dell&#8217;intellettuale si ritrova l&#8217;ombra della parlata della caricatura del Ministro Tremonti e Bizio Capoccetti (così si fa chiamare quando si trasforma nel cabarettista da strada) non nasconde l&#8217;impronta di cavalli di battaglia come lo storico Lorenzo di <em>Avanzi</em>.</p>
<div id="attachment_168" style="width: 460px" class="wp-caption alignright"><img class="size-full wp-image-168" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/06/dov-è-mario-corrado-guzzanti-Rignanese.jpg" alt="Scena di Dov'è Mario di Corrado Guzzanti. Qui" width="450" height="282" /><p class="wp-caption-text">Scena di Dov&#8217;è Mario di Corrado Guzzanti. Qui Nicola Rignanese, l&#8217;impresario</p></div>
<p style="text-align: justify;">Ma l&#8217;abilità di Guzzanti, la scrittura di Torre e la regia di  <strong>Edoardo Gabriellini</strong> hanno bisogno di attori in grado di lavorare su quello strettissimo crinale che separa dalla demenzialità. Ecco allora che come in Boris la cura della recitazione è evidente anche nei ruoli più piccoli: è eccellente ad esempio la performance di <strong>Valerio Aprea</strong>, la sparizione del suo personaggio tra l&#8217;altro colora la serie di un tono noir. <strong>Nicola Rignanese</strong> è un impresario viscido e impomatato con un&#8217;assistente senza scrupoli (<strong>Emanuela Fanelli</strong>) dedita alla causa del teatro comico, la moglie di Bambea (<strong>Rosanna Gentili</strong>) è un&#8217;attrice di teatro civile egoista anche di fronte ai problemi del marito, la badante è una poetessa rumena (<strong>Evelina Meghnagi</strong>) che dovrebbe prendersi cura del convalescente e invece si lascia rapire, anche lei, dal mondo dello spettacolo. Nel finale le atmosfere da horror comedy si aprono al tema del viaggio e chissà, a una possibile seconda stagione. Guzzanti, per l&#8217;ennesima volta, ha creato una carrellata di mostri &#8211; cinici, benpesanti, ipocriti, meschini, ma anche umani ed esilaranti &#8211; che si ritrova nel mezzo di un crisi: quella personale di Bambea/Capoccetti, del quale ognuno rappresenta un frammento, ma che allo stesso tempo è la crisi culturale di un intero Paese.</p>
<p><strong>Andrea Pocosgnich</strong></p>
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		<title>Macbeth al cinema. Medioevo di sangue</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2016 09:37:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[shakespeare]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Macbeth al cinema con Michael Fassbender e Marion Cotillard, per la regia di Justin Kurzel. La recensione (e il trailer) del film, basato sul testo di William Shakespeare, nelle sale dal 5 gennaio 2016. Infuria una battaglia senza sosta e&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-weight: 400; color: #111111;"><strong style="font-weight: bold;">Macbeth al cinema con Michael Fassbender e Marion Cotillard, per la regia di Justin Kurzel. La recensione (e il trailer) del film, basato sul testo di William Shakespeare, nelle sale dal 5 gennaio 2016.</strong></h4>
<p><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/macbeth-cinema-fassbender-recensione-kurzel-cotillard.jpg"><img src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/macbeth-cinema-fassbender-recensione-kurzel-cotillard-1024x576.jpg" alt="macbeth cinema fassbender recensione kurzel cotillard" width="700" height="393" class="alignnone size-large wp-image-154" /></a></p>
<p style="color: #222222;">Infuria una battaglia senza sosta e pietà, mentre le spade mietono vittime e i corpi cadono nel fango, tre figure di donne in lontananza si stagliano immobili nella nebbia: le streghe. Nel <em>Macbeth</em> di <strong style="font-weight: bold;">Justin Kurzel</strong> la tragica parabola comincia e finisce nel sangue. In questo incipit di guerra il protagonista, guardando in lontananza, si accorge per la prima volta delle cassandre che determineranno il suo destino.</p>
<p style="color: #222222;">Justin Kurzel fa muovere i personaggi shakespeariani in lande desolate e brughiere ostili, sotto un cielo pronto a schiacciare gli uomini e le loro colpe. Sono barbari e i versi del poeta sembrano essere il tratto più evoluto di una civiltà forgiata nella morte, abituata alla violenza quotidiana&#8230;.<br />
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		<title>Misteri e Fuochi. Promuovere e raccontare la cultura</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2015 07:43:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ho dato vita a questo spazio soprattutto per raccogliere esperienze personali e altrui circa le buone pratiche che legano cultura e tecnologie. È un classico, quante volte c&#8217;è lo siamo detto: il mondo della cultura ha maggiori difficoltà rispetto ad&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-143" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/09/S50920-122109-168x300.jpg" alt="S50920-122109" width="168" height="300" />Ho dato vita a questo spazio soprattutto per raccogliere esperienze personali e altrui circa le buone pratiche che legano cultura e tecnologie. È un classico, quante volte c&#8217;è lo siamo detto: il mondo della cultura ha maggiori difficoltà rispetto ad altri territori a sfruttare le enormi potenzialità fornite dalla digital experience. Nel campo delle arti performative alcuni significativi passi in avanti sono stati fatti negli ultimi anni: gli operatori iniziano a capire l&#8217;impossibilità di snobbare i sociale media, l&#8217;importanza di avere un sito aggiornato e semplice da utilizzare e sul quale poter implementare la vendita dei biglietti. Il nodo è d&#8217;altronde quello che lega i nuovi media con l&#8217;audience development (&#8220;allargamento e diversificazione del pubblico e di miglioramento delle condizioni complessive di fruizione&#8221;). Il tema è al centro dell&#8217;agenda culturale europea.  Raccontare, diffondere, coinvolgere e archiviare sono dunque parole d&#8217;ordine non solo per conquistare nuovo pubblico, ma anche per nutrire la fedeltà di quello già attivo, svegliare quello dormiente e occasionale. Se in ambiti più ricchi e popolari come il fashion o il food &#8211; per citarne un paio &#8211; è sempre più facile trovare esperienze in cui si intercettano le competenze digitali con le tradizioni locali, in altri ambiti, come quelli legati allo spettacolo dal vivo o alla cultura in generale, manca ancora la consapevolezza necessaria per il salto di qualità. Una presa di coscienza insomma che porterebbe anche a dirigere parte dei propri investimenti sul social media marketing, lo storytelling o più in generale il social media management. A mancare, nello specifico, è l&#8217;approccio professionale. Per risparmiare talvolta vengono lasciati stagisti o dipendenti (senza un aggiornamento professionale specifico) a galleggiare nel mare magnum dei social media. Come a dire: &#8220;Facebook lo utilizzano tutti, che che ci vuole?&#8221; E invece l&#8217;approccio di chi ne fa un mestiere &#8211; con tutto quello che questo comporta: aggiornamenti, studio, investimenti, pratica &#8211; è ben diverso e per natura non può che portare a prospettive più efficaci. In questi giorni la Puglia che negli ultimi anni è sempre stata in prima fila nel campo della promozione culturale e dello spettacolo dal vivo, sta dando ancora una volta prova di avere quella consapevolezza di cui parlavamo. Con il progetto <strong>Misteri e Fuochi</strong> realizzato grazie ai fondi europei e affidato al Teatro Pubblico Pugliese, in questo caso vero e proprio braccio armato della Regione, non solo vengono affidate a quattro diversi artisti altrettante città simbolo, ma ciò avviene nell&#8217;ambito del contemporaneo. Quattro artisti portatori di segni molto diversi: a Taranto l&#8217;esperienza di <strong>Armando</strong> Punzo, regista della Compagnia della Fortezza che negli anni ha saputo fare del teatro in carcere una possibilità artistica, a Brindisi la drammaturgia iconoclasta di A<strong>ngélica Liddell</strong> reduce dalle ridicole polemiche vicentine, a Lucera la danza di <strong>Tamara Cubas</strong> e a Bari <strong>Shoja Azari</strong> e <strong>Shirin Neshat</strong> insieme al compositore, musicista e cantante iraniano <strong>Mohsen Namjoo</strong> . Il tema è quello del pellegrinaggio, nel quale confluiscono religiosità, e mistero, passione e sofferenza. Ma se fosse solo questo saremmo di fronte all&#8217;ennesimo bel progetto artistico che non lascerebbe altre tracce se non quelle ad opera di spettatori e giornalisti. Per sedimentare e amplificare i racconti locali il Teatro Pubblico Pugliese a chiamato quattro autori attivi sul piano nazionale, giornalisti, critici, blogger riconosciuti come influencer nella comunità teatrale. Ognuno di loro seguirà uno degli artisti durante gli ultimi giorni di prove che precedono la messinscena &#8211; i quattro Maestri sono venuti in Puglia per un periodo di creazione già a Luglio. Avrò il piacere di far parte di questo team di blogger seguendo il lavoro di <strong>Angélica Liddel</strong> a Brindisi. Da oggi dedicherò sguardo e ascolto alla creazione dell&#8217;artista catalana che andrà in scena il 27 al Castello Aragonese di Brindisi, <em>Las puertas de la carne</em> Seguite gli aggiornamenti di questa avventura sul <a href="http://www.teatropubblicopugliese.it/misteriefuochi/index.php/it/blog/item/6-quattro-storyteller-raccontano-misteri-e-fuochi">blog dedicato</a>, sui social con l&#8217;hashtag #misteriefuochi.</p>
<p><strong>Andrea Pocosgnich</strong></p>
<p>Info:<a href="http://www.teatropubblicopugliese.it/misteriefuochi/index.php/it/">www.teatropubblicopugliese.it/misteriefuochi/index.php/it</a></p>
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		<title>Come Macbeth divenne Presidente degli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2015 17:40:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Serie tv]]></category>
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		<category><![CDATA[the house of cards]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>The House of Cards. Articolo pubblicato sul quotidiano Il Garantista, febbraio 2015 Frank Underwood batte le nocche sul tavolo dopo che gli eventi lo hanno incoronato Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America. Terminava con questa immagine la cavalcata verso il potere&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h6>The House of Cards. Articolo pubblicato sul quotidiano Il Garantista, febbraio 2015</h6>
<p><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/House-of-Cards.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-135" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/05/House-of-Cards.jpeg" alt="House-of-Cards" width="700" height="334" /></a></p>
<p><strong>Frank Underwood</strong> batte le nocche sul tavolo dopo che gli eventi lo hanno incoronato <strong>Presidente degli Stati Uniti d&#8217;America</strong>. Terminava con questa immagine la cavalcata verso il potere cominciata nel 2013 con la prima stagione di <em>The House of Cards</em>: l&#8217;ambizioso deputato democratico col pelo sullo stomaco, pronto a tutto pur di arrivare allo Studio Ovale era riuscito nel suo intento. Il 27 febbraio, da mezzanotte, in onda su Sky Atlantic lo vedremo infatti alle prese con l&#8217;insediamento alla Casa Bianca. E la mossa finale, quella capace di mettere in scacco definitivamente gli avversari è stata un capolavoro di scaltrezza rappresentato a dovere da un&#8217;altra delle immagini che chiudono la seconda stagione: Frank, il vice Presidente, interpretato magistralmente da <strong>Kevin Spacey</strong>, poggia le mani su una macchina da scrivere (proprio una Underwood) e ricama una lettera indirizzata al Presidente, col quale aveva rotto ogni rapporto perché questi ormai non si fidava più del vice, anzi stava intuendo il disegno con cui Frank lo aveva messo alla sbarra. È ancora una volta <strong>il potere della parola</strong> a salvargli la pelle, in quella lettera accorata c&#8217;è<strong> la stessa magia nera con cui Jago instilla il veleno del dubbio nell&#8217;orecchio di Otello</strong>. Come per la tragedia shakespeariana è la parola a dar forma a l&#8217;incantesimo di <em>The House Of Cards</em>, è con l&#8217;ennesimo sortilegio che Frank Underwood si fa credere ancora una volta un agnello incapace di remare contro al suo fidato pastore, il Presidente, il quale lascerà al suo vice la poltrona del comando.<br />
Nel teaser diffuso da Netflix in questi giorni – dopo che per errore tecnico (o per marketing) l&#8217;azienda aveva lasciato qualche ora la nuova stagione disponibile prima del previsto – si vede Frank in piedi e seduta di fianco a lui <strong>Claire, la first lady</strong>, lei mostra una smorfia quasi impercettibile quando il marito le posa una mano sulla spalla per la foto di rito. <strong>Robin Wright</strong> d&#8217;altronde, se possibile, è al livello dell&#8217;attore premio Oscar: è <strong>una Lady Macbeth dei giorni nostri</strong>, capace di liquidare qualsiasi rimorso di coscienza, di abbracciare il male senza troppi scrupoli per poi mostrare improvvisamente il proprio lato umano. E c&#8217;è da scommettere allora che la relazione tra i due sarà duramente messa alla prova in questa terza stagione. Arrivati al potere dovranno confrontarsi con la vita, l&#8217;assenza dei figli e la politica internazionale. Da più voci infatti sembra confermata <strong>la presenza delle Pussy Riot</strong>, il gruppo, noto per l&#8217;impegno femminista e l&#8217;antagonismo nei confronti di Putin, fa pensare a eventuali problematiche con la Russia.<br />
Ed è un ordito di primissimo livello quello creato punto per punto da <strong>Beau Willimon</strong> a partire dal romanzo di Michael Dobbs e poi dalla miniserie televisiva britannica del 1990. Ma qui è tutta un&#8217;altra storia, <strong>la serie</strong> (vincitrice di una dozzina di premi), <strong>diretta tra gli altri da David Fincher, la stessa Wright e Jodie Foster</strong>, verrà ricordata nella storia della tv come l&#8217;immagine precisa di un punto di rottura, di una scommessa con la modernità, finora vincente per i suoi fautori. La svolta determinata da <em>The House of Cards</em> non sta solamente nella scrittura che fonde numerosi sub-plot con il percorso narrativo principale, con la tessitura delle battute che ne fa una verbosa, ma infallibile, opera dialogica, la rivoluzione approntata da <strong>Netflix</strong> sta proprio nella distribuzione, cioè nel modo con cui gli abbonati del canale americano possono accedere alla serie. La pubblicazione avviene infatti online per tutte le puntate contemporaneamente, nello stesso giorno: il <strong>27 febbraio i clienti Netflix </strong>avranno accesso a tutta la nuova stagione, come fosse un film di decine di ore. E proprio in questo ultimo periodo è stato annunciato lo sbarco anche in Italia del servizio televisivo via internet. Sarà la televisione via web produttrice di <em>The House of Cards</em> il prossimo concorrente di <strong>Sky Italia</strong>; intanto la pay tv di Murdoch si appresta proprio il 27 a soddisfare i fan di Underwood con i primi due episodi della terza stagione. Ma le frontiere ormai sono aperte e basteranno poche ore, anche qui da noi, per avere tutti gli episodi disponibili in lingua originale grazie alla distribuzione pirata del web.<br />
Però la forza di The House of Cards va oltre le nuove potenzialità della fruizione web &#8211; versioni piratate a parte, i dubbi che il modello Netflix dovrà sciogliere riguardano la capacità di carico delle nostre infrastrutture internet -, a renderla avvincente è la tematica e il radicalismo con cui viene affrontata. <strong>La politica americana viene messa a nudo e diventa terreno di scontro</strong>, metafora dell&#8217;agire umano spinto da un&#8217;inarrestabile sete di potere. È insomma quella soglia di credibilità con cui l&#8217;arte gioca da secoli: rendere l&#8217;impossibile plausibile. Ciò che accade nelle stanze del potere ritratte dalla serie che ha conquistato anche chi il potere lo gestisce in prima persona &#8211; Obama e Renzi sono dei fan accaniti – va al di là della ricerca della rappresentazione del reale, non a caso da alcuni è stata definita fantapolitica.</p>
<p><strong>Andrea Pocosgnich</strong></p>
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		<title>Gianpaolo Trevisi: il poliziotto che chiede scusa su Facebook</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2015 15:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[facebook]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Dopo le violente dichiarazioni di Tortosa un altro poliziotto, Gianpaolo Trevisi,  parla e manifesta la sua presenza sul social, ma questa volta per chiedere scusa una scena del film Diaz &#8211; Don&#8217;t Clean Up This Blood &#160; Parlare dei social network&#8230; </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h6><strong>Dopo le violente dichiarazioni di Tortosa un altro poliziotto, Gianpaolo Trevisi,  parla e manifesta la sua presenza sul social, ma questa volta per chiedere scusa</strong></h6>
<p><img class="alignnone wp-image-104 size-full" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/diaz-vicari-e1429284621636.jpg" alt="una scena del film Diaz - Don't Clean Up This Blood" width="700" height="314" /><br />
<em>una scena del film Diaz &#8211; Don&#8217;t Clean Up This Blood</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parlare dei social network in solo quanto&#8221;strumenti&#8221; è ormai riduttivo. Come si fa a chiamare strumento uno spazio dove nelle possibilità possono incontrarsi più di un miliardo di persone? Questo è <strong>Facebook</strong>, e <strong>ormai è semplicemente una parte della realtà</strong>. Scegliere di esserci equivale a scegliere o meno di passare un tempo in un posto rispetto a un altro, con la differenza che qui le nostre informazioni sono reperibili in pochi click, ma siamo noi a scegliere cosa e con chi condividere. Un immenso spazio può essere palestra di intolleranza, come spesso accade, terreno di promozione, scambio di informazioni (molte volte false purtroppo) e specchio delle proprie pulsioni egotiche.</p>
<p>La storia recente del social ideato da Zuckerberg è costellata, anche in Italia, di dichiarazioni choc capaci di infangare, far provare dolore e creare dibattito. Che qualcosa sarebbe accaduto dopo la sentenza della <strong>Corte Europea per i Diritti Umani sul massacro alla scuola Diaz di Genova</strong> era naturale. In questi giorni soprattutto l&#8217;uscita di <strong>Fabio Tortosa</strong> (uno degli agenti che partecipò all&#8217;irruzione) ha destato stupore, e come si dice in questi casi, ha fatto notizia. Uno che con tre righe ha riaperto ferite, con o senza la coscienza che quelle parole avrebbero fatto il giro del Paese indignando e prendendo nuovamente a calci coloro che le botte le avevano già prese. E dopo la pubblicazione del post datata 9 aprile che recitava «Io sono uno degli 80 del VII Nucleo. Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte» l&#8217;argomento diventa in poco tempo caldissimo per i media e rischia di oscurare una notizia di segno totalmente opposto. Perché c&#8217;è anche chi del sangue sui pavimenti della Diaz non è orgoglioso, nella consapevolezza che senza una presa di posizione da parte dei poliziotti che erano a Genova la divisa rischia di fare la fine delle mani di Macbeth. Eccola allora l&#8217;altra faccia della Polizia di Stato opposta a quella fascista che non va oltre ordine e disciplina, quella che non riconosce la differenza tra un black bloc e un manifestante pacifico.</p>
<p>Non va preso sotto gamba il post di Tortosa, del quale d&#8217;altronde il profilo facebook ora non è più rintracciabile (è come se si fosse messo nel centro di Piazza Alimonda con un cartello). Poi sono arrivate le smentite, alle radio, ai giornali, la paura che qualche querela o azione disciplinare potesse muoversi in fretta. Tortosa ritratta e facendo così vuole farci credere che non ha coscienza del fatto che uno spazio come facebook è una propaggine della realtà, e nella realtà le parole feriscono.</p>
<p><strong>Gianpaolo Trevisi</strong> ha postato un giorno dopo, il 10 aprile, creando un piccolo maremoto e ricevendo più di 1200 apprezzamenti (i famosi likes) e 861 condivisioni (al 15 aprile, giorno di redazione di questo articolo). In buona sostanza avrà ricevuto decine di migliaia di visualizzazioni, come se avesse riempito una piazza.<br />
L&#8217;ex celerino, ora dirige la scuola di polizia di Peschiera, ha pubblicato  una foto del 2011 nella quale lo si vede discutere con Vittorio Agnoletto davanti alla Diaz. Ma è la prosa a convincere le migliaia di persone e a rendere virale il messaggio. Siamo di fronte a un poliziotto (non a caso è anche scrittore) che usa parole e immagini simbolicamente fortissime. La notte della Diaz è la «nerissima notte», poi il salto al presente, l&#8217;azione con cui l&#8217;agente ha voluto dare un segno pratico: «ho fatto vedere ai 160 allievi, molti dei quali nel 2001 avevano 9/10 anni, il film Diaz». Solo questa affermazione basterebbe a far capire da che parte sta Trevisi e quale sia il suo intento, ma il poliziotto-intellettuale continua: «so bene, avendolo visto più volte, che subito dopo l&#8217;ultima scena, i titoli di coda ti stringono il collo, ti lasciano senza fiato e senza parole; rimani in silenzio e immobile sulla poltrona, ben sapendo che, nella maggior parte dei film o delle serie televisive, grazie alle quali molti amano la Polizia, è quasi tutto inventato e nell&#8217;unico, forse, unico film che ci distrugge è tutto drammaticamente vero, in quanto basato su fatti processualmente verificati.»</p>
<p>Il funzionario, prima di arrivare addirittura a <strong>fare le sue scuse</strong> (nonostante lui nella “macelleria messicana” non ci ha messo piede), mette l&#8217;accento su<strong> un tema centrale, quello della memoria</strong>: «soprattutto tra di noi, se ne deve parlare e si deve litigare e discutere e domandare e rispondere, se si può. Proprio perché amo la mia Polizia sino al midollo, non voglio dimenticare quella notte e la voglio ricordare a chi la sta scordando e descriverla a chi non la conosce.»<br />
Naturalmente sotto al post di Trevisi si accende un dibattito, molti sono gli attestati di stima, anche di altri poliziotti, naturalmente c&#8217;è chi nettamente non è d&#8217;accordo e cerca di spostare ancora una volta l&#8217;attenzione agli atti vandalici del G8 quasi a giustificare la violenza nella Diaz. Ma ormai è troppo tardi: una voce coraggiosa si è alzata, alimentiamola, diamole spazio, facciamola crescere, questo è il senso della costruzione di una memoria collettiva.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Andrea Pocosgnich</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>pubblicato il 17 aprile 2015 su Cronache del Garantista</em></p>
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		<title>Better Call Saul lo spin-off di Breaking Bad, prime impressioni</title>
		<link>https://www.poxmediacult.com/wordpress/better-call-saul-spin-off-breaking-bad-recensione/</link>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2015 15:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Pocosgnich]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Serie tv]]></category>
		<category><![CDATA[better call saul]]></category>
		<category><![CDATA[breaking bad]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Better Call Saul. La costola di Breaking Bad per ora non è programmato in Italia, qualche riflessione a partire dai primi episodi Uno spin-off è una storia che prende corpo autonomamente dalla costola di un&#8217;altra storia precedentemente scritta. In teatro&#8230; </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.poxmediacult.com/wordpress/better-call-saul-spin-off-breaking-bad-recensione/">Better Call Saul lo spin-off di Breaking Bad, prime impressioni</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.poxmediacult.com/wordpress">PoxMediaCult</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h5><strong>Better Call Saul. La costola di Breaking Bad per ora non è programmato in Italia, qualche riflessione a partire dai primi episodi</strong></h5>
<p><a href="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/better-call-saul.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-116" src="http://www.poxmediacult.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/better-call-saul.jpg" alt="better call saul" width="700" height="300" /></a></p>
<p>Uno spin-off è una storia che prende corpo autonomamente dalla costola di un&#8217;altra storia precedentemente scritta. In teatro tutti ricordano il celebre <em>Rosencrantz e Guildenstern sono morti</em> di Tom Stoppard, scritto a partire dai due personaggi secondari dell&#8217;Amleto di Shakespeare. Applicate questo ragionamento a una delle opere televisive che ha avuto maggior successo negli ultimi anni, sì parliamo di <em>Breaking Bad</em>, e avrete <em><strong>Better Call Saul</strong></em>. La nuova serie ha debuttato in America l&#8217;8 febbraio scorso, ma ancora è sconosciuto il periodo di messa in onda qui da noi.</p>
<p>Ma facciamo un salto indietro: la fiction scritta da <strong>Vince Gilligan</strong>, che aveva come protagonista Walter White, andò in onda con il primo episodio nel gennaio del 2008 e in breve tempo iniziò a diffondersi come un virus nei televisori di mezzo mondo. Non sono passati poi molti mesi da quando nei social network, anche in Italia, brulicavano post sull&#8217;avvincente storia di quel semplice professore di chimica delle scuole superiori, un uomo comune che lentamente si trasformava sotto i nostri occhi in un mostro assetato di denaro e potere. Un plot semplice: il bene, il male, e 5 stagioni per raccontare la moltitudine di gradazioni tra i due opposti, per sviscerare il dubbio, la messa in crisi dell&#8217;etica lasciando appeso lo spettatore a un cordone di attenzione e interesse che raramente raggiunge questi livelli. La costola di Breaking Bad, che permette a Vince Ghilligam di mettere in piedi quello che si preannuncia già come un altro successo, è uno dei personaggi più controversi e amati, quel <strong>Saul Goodman</strong> (Bob Odenkirk attore eccellente e versatile) che imperversava nelle tv di Albuquerque e dintorni con uno spot televisivo kitsch ma convincente: sei nei guai? Farai meglio a chiamare Saul. E il suo più che essere lo studio di un avvocato era una sorta di casa d&#8217;accoglienza per la piccola e grande malavita locale. L&#8217;incontro con Walter White è magnetico e senza scampo, Saul è l&#8217;uomo perfetto per proteggere l&#8217;attività illecita del professore di chimica divenuto produttore di anfetamine.</p>
<p>Ma attenzione la nuova serie in onda sul canale statunitense Amc – e solo dopo l&#8217;estate probabilmente in Italia, l&#8217;approdo più naturale sembra essere quello di Sky Atlantic – sposta la narrazione a qualche anno prima. Saul si chiama ancora Jimmy, è un avvocato che stenta a far decollare la propria attività, lavora per lo più come difensore d&#8217;ufficio nel tribunale locale e si trova a difendere assassini, studenti in vena di bravate, casi umani di vario genere. Jimmy, non è di certo un angelo, Ghilligam ce lo fa intuire spostando indietro o in avanti il tempo dell&#8217;intreccio, ma senza rendere immediatamente leggibile i passaggi temporali. Non è un caso ad esempio che il primissimo episodio si apra con le immagini di Jimmy/Saul che impasta dolci nel negozio di un grande centro commerciale. lo sguardo di un estraneo lo atterrisce, ma quegli occhi non sono per lui. Le immagini, che in opposizione al tempo futuro, sono in bianco e nero ci raccontano di una vita ordinaria rallegrata solo da un vhs che la sera dopo il lavoro illumina la memoria di Saul con la vecchia pubblicità.</p>
<p>Eppure prima di diventare quel pasticcere con i baffi alla Magnum P.i. il nostro eroe ebbe un percorso di vita non troppo dissimile da quello del White, almeno così sembra da questi primissimi episodi. il centro del discorso per Ghilligam è ancora la fotografia di quell&#8217;attimo in cui l&#8217;uomo che vive seguendo la retta via pensa, anche solo per un attimo, di risolvere i problemi aprendo la porta a ciò che per la società è illegale. Rispetto a <em>Breaking Bad </em>la miccia che fa esplodere la quotidianità non è però legata a qualcosa di estremamente pianificato, è grazie a un finto incidente automobilistico ideato con due skaters che Jim si troverà nei guai: il fallimento della trappola che avrebbe dovuto portare una ricca famiglia locale a prenderlo come suo avvocato, lo porterà invece verso altre, inaspettate direzioni.</p>
<p>Ma Jim è soprattutto un grande avvocato. Il tribunale è il palcoscenico, i bagni sono i suoi camerini, qui ripassa la parte, prepara l&#8217;arringa come un divo al debutto. Nel suo spot a Breaking Bad recitava: «Il mio nome è Saul Goodman. Sapevi di avere dei diritti? Lo dice la nostra costituzione e lo dico anch’io. Finché non si dimostra io credo che ogni uomo, donna o bambino sia innocente! Ed è per questo che intendo lottare per te! Ti conviene chiamare Saul! Chiama il 505 164! Ripeto 505 164! Parliamo spagnolo!»</p>
<p><strong>Andrea Pocosgnich</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Pubblicato su Le Cronache del Garantista il 7 marzo 2015</em></p>
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